lunedì, febbraio 03, 2014

il mio ritardo cronico e la Grande Bellezza di Sorrentino






Ci sono arrivato tardi a vedere La Grande Bellezza. Un po’ è a causa della mia reticenza nel correre a vedere i “fenomeni” acclamati e annunciati quasi ancor prima che escano in sala. Quei film predestinati, secondo certa critica, al sicuro successo, all’immortalità nell’olimpo della settima arte. Un po’ forse anche perché intimorito dal titolo stesso. 

Ci sono arrivato tardi sentendo e leggendo i pareri più disparati. Dalle lodi entusiastiche alle critiche più spietate. Ecco già quando un’opera d’arte: libro, film, performance che sia riesce a suscitare questi poli opposti, questi fronti di reazioni così differenti beh già m’incuriosisce. In fondo anche con le persone mi capita la stessa cosa. Mi incuriosiscono sempre le personalità complesse.
Tornando al film di Sorrentino devo dire che mi trovo d’accordo con chi ha scritto che è un film che va visto più volte che merita più passaggi nella nostra memoria visiva perché è un film ricco. Ricco di immagini splendide supportate da una magnifica fotografia che mi ha nostalgicamente ricordato i due grandi registi che impressionarono la fase della mia post adolescenza Fellini e Antonioni. Ricco di dialoghi brevi ma intensi e spesso feroci che vanno metabolizzati. Ricco di musiche contrastanti eppure sempre perfette nel sottolineare ora la festa orgiastica dove spesso l’orgia aleggia solo nell’aria senza mai concretizzarsi, ora per quei momenti di quiete per le vie di Roma al mattino presto quando la città inizia a svegliarsi mentre il protagonista si prepara a dormire.

Uno sguardo disincantato, a volte cinico, spesso spietato su una società che non definirei né decaduta né fallita ma semplicemente svuotata. Un vuoto incolmabile se non con rari momenti, istanti di pura poesia che nel e dal film appaiono.  Un film che inizia con la citazione di quello che insieme a “Fuga senza fine” di Joseph Roth rimane uno dei miei libri fondamentali e formativi nonché capisaldi della mia visione della vita: “Viaggio al termine della notte” di Céline da cui è tratto questo bellissimo passaggio: 

“Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l'immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient'altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall'altra parte della vita.”

Ecco in questa Roma ma poi in fondo in quest’Italia non rimane più nulla se non quel senso d’intenzione di fuga difficile da realizzare perché in fondo la grande bellezza da qualche parte c’è. Nascosta nell’ansa del fiume al mattino, piuttosto che nell’incontro casuale con la star francese nel mezzo della notte, nei palazzi patrizi di notte o quando il cinismo si schianta con la purezza che ancora esiste in alcuni e poi l’infinito e quasi fanciullesco stupore di fronte alla morte come unica portatrice di verità assoluta.

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