giovedì, agosto 21, 2008

Short story about dissatisfaction (II° part)

photography © aaron hawks


Nino era stato con tre ragazze. Tre erano state le relazioni importanti avute fino ad ora, a 39 anni compiuti. La Prima, Azzurra, gli diceva sempre che chi ama le piante ama anche le persone. La seconda, Greta, gli diceva che chi ama gli animali ama anche le persone. La terza, Benedetta, era una fanatica religiosa, fan di Padre Pio e Frate Ciulone (un frate scissionista dei Francescani che aveva creato il proprio culto personale fatto di preghiere e orge in aperta campagna).


Ora Nino viveva solo in una casa piena di piante la maggior parte di cui rinsecchite o marce. Due gatti dispettosi, Palmiro e Nilde, che giocavano a calcio con le proprie palline fecali e un cane, Tiango, che gli ringhiava contro ogni volta che gli si avvicinava troppo e che appena Nino rientrava dal lavoro gli pisciava contro la poltrona guardandolo con aria di disprezzo.


Ovunque sui mobili erano sparsi anche una serie di ninnoli religiosi, immagini del noto frate pugliese e qualche riproduzione fallica benedetta da frate Ciulone.


Quando Nino rientrava dal lavoro dopo aver assistito alle evoluzioni pindariche dell’urina puzzolente di Tiango iniziava a pulire in mezzo a quella specie di zoo/giungla che era diventato il bilocale ereditato da zia Evelina la cui orribile foto troneggiava sopra la credenza di inizio 900. Era costretto a tenere quel monumento al cattivo gusto per non dispiacere alla madre che ci teneva così tanto a quel mobile
“Che però non si è mai preso sta stronza!” pensava Nino


Zia Evelina era uno dei ricordi scioccanti dell’infanzia di Nino. Gli aveva fatto da baby sitter per circa 5 anni. Evelina aveva un aspetto mastodontico e puzzava sempre di naftalina. Sin dai primi fotogrammi mentali se la ricordava grigia, in tutto. Grigio era il colore dei capelli, grigi erano i baffi che non si toglieva mai grigio era il pelo lunghissimo che gli spuntava dal gigantesco neo sulla guancia destra. Era di una bruttezza rara, le ossa del viso erano così marcate che a guardarla sembrava di avere a che fare con un pugile appena pestato per 15 round. Aveva dei denti che a Nino da bambino sembravano enormi e che la zia mostrava ogni volta che esplodeva in una di quelle fastidiose e ridondanti risate solitamente davanti a qualche programma scemo in tv.


Nino per un lungo periodo da bambino pensò che in realtà la zia fosse un uomo. Le braccia grosse e pelose, il modo di muoversi e poi, poi pensava una donna non può essere così. Si rifiutavo di crederlo. Inoltre era invidioso del suo compagno di partitelle a calcio da cortile, Antonio, che invece aveva come baby sitter una dea. Era la cugina 17 enne Patrizia dai capelli rossi e ricci e gli occhi verdi dal taglio quasi orientale. In realtà Patrizia era di Molfetta e si trovava a Torino ospite degli zii (i genitori di Antonio) per studiare su al nord. Antonio che aveva intuito la gelosia e piccola passione dell’amico per la cuginetta faceva di tutto per accrescerne l’invidia. Sfruttava questo suo piccolo potere raccontando particolari piccanti ovviamente del tutto inventati.


Nino però ci pativa e sperava di ritrovare prima o poi zia Evelina riversa sul pavimento uccisa magari per soffocamento mentre si mangiava le strafritte olive ascolane e ridendo di qualche battuta idiota del buffone televisivo di turno. Per un po’ aveva anche pensato di farla fuori ma aveva quasi subito desistito osservando le gambe grandi come tronchi e quella massa di 90 e più chili che si muoveva grossolanamente per il bilocale che un giorno sarebbe stato suo come lei amava ripetere ogni volta al nipotino.


E ora Nino ci abitava in quella trappola di 60 metri quadri odorante piscio animale e di fiori da cimitero appassiti. Il suo sguardo passava dalla foto del frate barbuto a quella del volto peloso ed inquietante della zia. Si perdeva tra i mobili ereditati e l’espressione carognesca di Tiango. Sorvolava sulle palline di merda che i gatti si lanciavano incuranti della tradizione che vuole il felino domestico tra gli animali più puliti.

Nino, il cui nome gli era stato affibbiato dal padre fan di De Gregori in onore della canzone “La leva calcistica della classe 68” così che il padre spesso gli canticchiava anche da adulto il ritornello
“Ma Nino non aver paura a sbagliare un calcio di rigore…”

E Nino che pensava “A pa, a me il calcio fa pure schifo!”

E poi a lui De Gregori non piaceva. Oddio forse non gli piaceva proprio la musica o per meglio dire non gli importava più di tanto.


Nino aveva una vita che non era sua. Una vita fatta di mobili che piacevano ad altri, passioni ereditate ma mai fatte sue, un impiego di routine noioso ma sicuro come amavano ripetergli a ogni pranzo di famiglia i suoi genitori, una piccola utilitaria rumorosa e con ormai troppi anni e chilometri.

Nino non aveva mai fatto niente che l’avesse fatto sentire vivo, almeno fino al giorno in cui uccise.


Stava tornando a casa dal lavoro quando vide un colombo andare a sbattere contro il rimorchio di un camion e planare sul marciapiede dopo una parabola veloce e perfetta.
Il camionista non si era accorto di nulla e comunque non si sarebbe sicuramente fermato per un piccione. Lui invece aveva visto questo volatile grigio sporco fiondarsi come un aereo abbattuto contro il grosso veicolo. Un kamikaze moderno o semplicemente un volatile colpito da un morbo che l’aveva spinto all’auto-eliminazione.


Aveva accostato al marciapiede ed era sceso dall’auto. Era una “columba livia” il tipo di colombo che riempie le città italiane e dell’Europa centro meridionale in genere. Respirava ancora ma era molto malconcio. Non era più in grado nemmeno di stare sulle zampe. Nino non sapeva cosa fare, l’aveva preso in mano e l’occhio del povero volatile lo fissava supplichevole, sembrava chiedergli di porre fine a quell’inutile sofferenza. Sembrava implorare di non abbandonarlo lì in quello stato in preda a dolori atroci e con davanti come ipotesi migliore quella di diventare preda di qualche gatto randagio che si sarebbe divertito prima a usarlo come gioco e poi come alimento.



Nino allora con un coraggio e un istinto quasi animale che mai aveva avvertito in vita sua tenne il corpo del piccione ben saldo con la mano sinistra mentre le prime tre dita della mano destra erano sulla testa piumata. Ebbe qualche secondo d’esitazione poi ruotò di scatto la testa del sofferente animale e il piccolo cuore cessò di battere.



Nino si sentì subito meglio. Avvolse il piccione in un fazzoletto e lo portò a casa. Entrato nell’appartamento persino Tiango avvertì qualcosa di diverso nello sbeffeggiato padrone. Ma incurante alzo la zampa destra per la solita pisciata rituale contro la poltrona in pelle marrone di zia Evelina. Nino gli piazzò un calcio sulla chiappa che lasciò Tiango per qualche secondo esterrefatto. Nino gli gridò di sparire e il cane per la prima volta obbedì scappando sul piccolo balcone del cucinino.



Palmiro e Nilde mentre si smarcavano a vicenda un fecaloma dalle dimensioni ragguardevoli si stopparono, palla al centro, perché avevano odorato il contenuto del fazzoletto che Nino recava tra le mani e che trasportava con religiosa sacralità.
Nino gridò anche a loro e con un piede colpì la pallina d’escremento che andò a colpire la testa di una sconvolta e miagolante Nilde. Palmiro da buon maschio coraggioso si era già rifugiato sopra la credenza nascosto da un vaso contenente quello che in passato era un’ Ardisia crenata.



Nino uscì sul terrazzino della camera da letto prese il vaso preferito da Azzurra che ospitava una meravigliosa azalea, una delle poche piante sopravissute dignitosamente al suo pollice ben poco verde, e la strappò gettandola sul pavimento. Scavò con le mani un buco sufficiente ad ospitare il corpo del colombo lo depose insieme al fazzoletto e lo coprì con terra e petali del fiore appena sradicato.

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