venerdì, gennaio 04, 2008

We are what we throw up




L’idea che sta alla base della nuova performance della mia gemella di stanza a Berlino (vedere post precedente) mi ha spinto a riflettere sul rapporto che si ha con il cibo.
Mi basta pensare che con tutto il cibo che si spreca e che è in avanzo nel mondo occidentale si potrebbe tranquillamente sfamare tutto il resto del pianeta risolvendo una volta per tutte il gravissimo problema della carenza di alimentazione nei paesi sottosviluppati per provare un brivido di disgusto quando anche io getto via cibo ancora commestibile nel contenitore marroncino dei rifiuti organici. Più che di paesi sottosviluppati però mi viene da pensare che il mondo intero sia sottosviluppato se pensiamo che nel 2008 ci siano ancora questi problemi, che si accetti ancora come ineluttabile dato di fatto l’immagine di bambini denutriti e di persone che muoiono per carenze di cibo. Immagini che osserviamo paciosi e con le arterie sempre più ostruite dai grassi in eccesso di fronte ai telegiornali cambiando lievemente l’espressione facciale tra un servizio sull’Africa o su paesi in guerra e il primo piano del deretano della nuova velina o compagna del Commenda di turno.
Il tema dell’alimentazione è di costante attualità anche da noi seppur per ragioni ben diverse, si va dalla ricetta del giorno (altra rubrica fissa dei Tg barzelletta) alle tonnellate di cibo al macero per non superare i tetti massimi imposti da ferree regole economiche. Per finire ai problemi alimentari come l’anoressia e la bulimia. Una considerazione anche nauseante se volete, per noi stomaci delicati, ma tristemente vera e reale il fatto che molti mangerebbero anche il nostro vomito pur di sopravvivere. Sapete come funziona, istinto di conservazione o di sopravvivenza. Quello che nel deserto porta a bere le proprie urine cosa che penso normalmente nessun (o quasi) occidentale adulto e sano di mente farebbe. Ve le immaginate le confezioni di urina d.o.c. vendute di fianco alle innumerevoli marche e tipologie di acque minerali sui bancali degli iper mercati? Quell’istinto che porta i bambini delle favelas brasiliane a “giocare” tra i monti delle enormi discariche alla ricerca disperata di cibo, di avanzi.
Un’opera del 1862 “Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia” di Ludwig Feuerbach mal si adatta ormai ai nostri tempi di produzione uso e consumo. L’uomo è ciò che mangia in tedesco “der Mensch ist was er isst” oppure l’uomo è ciò che vomita, butta via, getta spesso con disprezzo? Problema della nostra società sembra ormai essere tutto ciò che concerne il superfluo. Partiamo sempre dalla parte finale del problema cioè come smaltire il superfluo e mai dalla sua origine cioè dalla produzione. Quel sistema capitalistico – consumistico in cui sguazziamo allegramente ed in modo orgiastico in occasioni particolari come quelle celebrative appena passate. Occasioni in cui oggetti assolutamente inutili riempiono le nostre case e ben presto si trasferiranno in enormi discariche. Così accade per il cibo. Ogni novità ben confezionata (il famoso packaging) e ben presentata (o con altro termine anglofono usato nei supermercati: disposta con un bel lay out) finisce presto in ripostigli e dispense stracolme di roba. Le stesse dispense che poi vengono periodicamente controllate per gettare via tutto ciò che ha superato la famigerata data di scadenza. Dai legumi in scatola, alle confezioni di riso, ai piatti liofilizzati con condimento incluso. Dolci scaduti, biscotti con tripla farcitura ed esperimenti di sintesi tra sostanze chimiche che sostituiscono gradualmente gli ingredienti naturali. E qui si rimane ancora a livelli “aulici” e paradisiaci ma se vogliamo scendere negli inferi possiamo sempre andare a fare una visita ai fast food e alla loro filosofia alla McDonald modello per tutte le catene a divenire. Su una delle loro ultime tovagliette cartacee da vassoio c’era scritto una cosa del tipo: “Guida – Ordina – Mangia” riferito al loro celebre servizio McDrive, il tutto rappresentato da tre segnali stradali adattati per l’occasione.
In questa tovaglietta auto pubblicitaria si trova tutto, dall’inquietudine del cibo prodotto con scarti di carne e grassi, all’olio di frittura che sembra meno limpido di quello della mia auto fino ad arrivare all’inquietante linguaggio imperativo. Un ordine dato alla macchina-uomo di mangiare, di nutrirsi e soprattutto di non perdere troppo tempo magari cercando parcheggio. Si è già alla fase successiva, se in un primo tempo i fast food hanno abituato molte persone a mettersi in coda e a trasformare il mangiar fuori in una sorta di replica delle mense aziendali, abituando gli astanti ad un’uniformità di gusti e sapori ora si è al punto in cui si può evitare anche quel minimo contatto. E’ sufficiente gridare in un microfono il nostro ordine, pagare, ritirare e riempirsi i metri intestinali con carne scadente e bevande gasate che amplificano il nostro senso di sazietà e “aiutano” una sorta di digestione forzata in cui sapori acidi celebrano il rigurgito.
Morgan Spurlock nel film documentario
Super Size Me ha sperimentato una dieta a base di solo cibo McDonald. La cosa più allarmante non è tanto l’alterazione dei valori degli esami ematici o i gravi problemi al fegato diagnosticati all’autore-protagonista alla fine dell’esperimento quanto la dipendenza che ha colpito questa coraggiosa e un po’ folle cavia umana. Gli stati di depressione a cui andava incontro venivano superati solo con il Mc-pasto successivo. Potrebbe sembrare una visione apocalittica e fantascientifica ma appare quasi come la preparazione a una sorta di controllo che va dalla produzione all’induzione all’acquisto e al consumo di determinate sostanze fino a un cambio radicale nel sistema di vita. Come i poveri bovini siamo e saremo sempre più incanalati in gabbie ed indotti a mangiare emerite schifezze insaporite da nuovi ritrovati di laboratorio e a fatica ci alzeremo dai nostri divani?
Perché nei paesi in via di sviluppo come Cina ed India le prime attività straniere che offrono servizi nella ristorazione sono proprio i fast food?
Perché anche in Italia paese famoso per la rinomata dieta mediterranea abbiamo eserciti di bambini obesi futuri adulti cardiopatici e fuori forma? Perché seguiamo pedissequamente l’esempio della potenza (a dire il vero un po’ in declino) americana quando proprio loro, anche se in piccola parte, stanno mettendo in discussione il loro stile di vita?

Da un grande pensatore del passato si può trarre un prezioso insegnamento.
Seneca nel suo “De tranquillitate animi” scriveva:

“Mi piace il cibo che non debbano elaborare e sorvegliare stuoli di servi, non ordinato molti giorni prima né servito dalle mani di molti, ma facile a reperirsi e semplice, un cibo che non ha nulla di ricercato o di prezioso, che non verrà a mancare da nessuna parte si vada, non oneroso per il patrimonio né per il corpo, tale da non uscire poi per la stessa via dalla quale è entrato”

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