giovedì, giugno 14, 2007

non so

Saranno state circa le nove e mezza di sera. Lo capivo dalla luce sul terrazzo, quella del lampione fronte casa che si accendeva intorno a quell’ora nelle sere estive.
C’era umidità nell’aria, quell’umidità pre-temporale fastidiosa come le prime zanzare che già mi ronzavano nelle orecchie. Il sigaro Churchill era fumato a metà e riposava nel posacenere dei gelati motta fottuto in qualche bar. Io giocavo con il taglia sigari emulando finte decapitazioni delle mie dita. Sullo schermo LCD del Pc andava in loop su windows media player un filmato porno con protagoniste delle svedesi con tette rifatte e due ragazzi di colore e muscolosi come quaterback di football. Il suono era al minimo anche perché avevo lasciato lo stereo acceso a volume sostenuto anche lui in loop su un pezzo di Jeff Mills & Laurent garnier “I love Techno” . Io odiavo la techno, però questo pezzo mi portava in uno stato di trans senza il bisogno di assumere sostanze chimiche o fumarmi canne con hashish scadente. Quando smettevo di tagliuzzarmi le dita sorseggiavo vodka ghiacciata e fissavo la luce sul terrazzo e la miriade di moscerini svolazzanti seduto in poltrona con il gatto che dormiva sul bracciolo.
Lei se ne era andata da circa 3 ore. Forse per sempre. C’era ancora l’odore del suo profumo sulla mia guancia, la pelle un po’ appiccicosa per qualche sua lacrima e per tante mie.
Non era servito a niente togliermi per un attimo la maschera da finto stronzetto, da piglia culo che se ne fotte. Avevo mostrato tutta la mia debolezza, le mie fottute fragilità, i miei complessi, le mie frustrazioni. Mi era piombato tutto addosso come una valanga, le scuole elementari in quella cazzo di scuola cattolica. La convinzione della mia famiglia operaia di darmi così le chance di un’istruzione migliore. L’assenza di dialogo con la famiglia, i primi rifiuti, la voglia di farcela e l’arrendevolezza inevitabile, la debolezza di un carattere quasi inesistente.
Era stato tutto inutile. Era stata la virata in extremis del Titanic di fronte a un Iceberg troppo grosso, inaspettato, troppo sottovalutato. Era il vano tentativo di alleggerire il carico di un aereo che perdeva quota e carburante con il suolo sempre più vicino. E come diceva la voce narrante nel film “L’Odio”: questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro il tizio per farsi coraggio si ripete: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene. il problema non è la caduta. ma l'atterraggio.

2 commenti:

Raffaele ha detto...

WoooooooooooooooooooW
Cmq quel pezzo di Laurent Garnier mi piace!

Roberto ha detto...

Si anche a me! Un po' meno al mio collega d'ufficio quando lo metto in loop!