lunedì, settembre 25, 2006

Dago Red


Ho appena finito Dago Red di John Fante (edizioni Einaudi prezzo circa 11 euro ISBN: 8806171380).
Premetto la mia scarsa obiettività su Fante perché io sono suo grande fan e lui fa parte di quegli scrittori che, come diceva Salinger, vorresti avere per amici perché così li puoi chiamare quando ti pare per sapere come continua il racconto.
Purtroppo Fante non è uno scrittore vivente e anche se lo fosse difficilmente sarebbe mio amico (anche solo per distanza geografica).
“Dago Red” non lo consiglierei a chi non ha letto niente di Fante perché è molto apprezzabile se si sono letti un po’ di suoi romanzi come “Il Dio di mio padre” “A Ovest di Roma” “La strada per Los Angeles” “Chiedi la Polvere” e se il nome Arturo Bandini vi dice qualcosa. Allora in questo caso “Dago Red” e le sue squisite short stories in cui il buon Fante era maestro diventa un sublime rievocare sensazioni e personaggi che popolano i libri su citati e molti altri del buon Jhon l’Abruzzese.
Ripeto non sono obiettivo, anche perché agli inizi nell’incontro con le pagine di Fante, ho subito una sorta d’identificazione infantil - adolescenziale con questo scrittore. Vuoi per la forte impronta cattolica nell’educazione (con tutti i sensi di colpa che ne derivano) vuoi per le sue avventure grottesche e spassose come quella narrata in “Chierichetto” che sembra essere stato il suo primo racconto quello che lo spinse verso la “carriera” di scrittore. E poi la forte figura paterna, quasi mitologica, il padre odiato ma allo stesso tempo ammirato. E infine fonte di spunti drammaticamente divertenti, quel senso d’inferiorità di figli d’immigrati italiani poveri che alleviano la pesantezza della vita con il vino rosso rubino fatto proprio dai “Dago” del titolo, gli italiani guappi e un po’ tarri d’america.
I dago che fanno i muratori, i barbieri, gli operai, che appena c’è l’occasione che sia il matrimonio piuttosto che il funerale sfoggiano i loro vestiti eleganti, le camicie bianche e offrono agli ospiti di turno pranzi luculliani cucinati da mogli sottomesse e arrese anche di fronte ai palesi adulteri dei mariti ma soprattutto arrese di fronte a quell’immenso senso di frustrazione/delusione del sogno americano.

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