giovedì, marzo 13, 2014



Oggi in pausa pranzo mi son preso un panino e me lo sono mangiato standomene seduto al sole delle panchine dei giardini di via Bioglio. Lì in mezzo alle orride case popolari e non, gli edifici (sempre orridi) comunali e quello spicchio di verde con i giochi per i bambini e qualche tavolo di legno intagliato da amori e insulti calcistici, lì mi son reso conto che potevo essere benissimo nei giardini di qualsiasi città se non del mondo sicuramente europea. Una qualsiasi periferia di una qualsiasi città. Però era bello comunque. Avevo il mio mp3, il panino e nessun estraneo troppo vicino a darmi fastidio. Ho iniziato a osservarmi intorno. Ho visto una coppia su una panchina lontana che si baciava con quella passione che hanno le coppie agli inizi. Quell’entusiasmo da bambino alla sua prima partita di calcio o da bambina al primo saggio di danza. Poi è arrivata un’altra coppia lui italiano leggermente barbuto che vagamente mi ricordava quell’attore che balbetta quando parla ma non quando recita, mi sembra si chiami Timi. Lei una ragazza d’origini africane molto formosa con un sorriso bianco accecante, anche loro si sono seduti con scorte di panini e bibite, mangiavano, parlavano e ridevano.  Io in cuffia avevo Macklemore con “Same love” ed era una situazione stranamente e inspiegabilmente piacevole per me, quasi idilliaca. Quei momenti in cui sembra che il mondo anche nei suoi angoli meno belli o scenografici non sia poi così male ed io sembravo pure meno cinico del solito.
Poi la coppia d’innamorati si è alzata e avvicinandosi ho avuto occasione di vedere quanto erano brutti. Lei vestita in modo orribile da burina appena uscita da un film dei Vanzina e con un rossetto così brillante e acceso da poter essere usato per segnare il punto d’atterraggio ad un elicottero perso nella nebbia. Lui con l’aria già grigia e una pettinatura che neanche dopo un ciclo di prelavaggio in una lavanderia a gettoni sarebbe facile replicare. La ragazza afro s’è alzata per buttare via delle cartacce alcune le son cadute e non le ha raccolte, più che molto formosa è apparsa in tutta la sua obesità caldamente evidenziata da un pullover rosa kitty. Il ragazzo più che Timi sembrava uscito da una puntata dei Flintstones e ha lasciato le bottigliette sulla panchina.
Le case e gli edifici intorno continuavano a essere così brutti che per un attimo ho immaginato i caccia americani di Apocalypse Now arrivare per raderli al suolo a suon di Napalm e Wagner a tutto volume. Ecco lì in quel preciso istante anche io mi sono riconosciuto per la merda nichilista quale sono e felice mi sono incamminato verso il lavoro.



sabato, marzo 01, 2014

vorrei essere come Calvin di Calvin & Hobbes e avere anche io una tigre parlante e un poco filosofa come amica immaginaria
a volte mi piacerebbe essere anche un tatuaggio nascosto sul corpo di una ragazza bella e misteriosa ed essere scoperto solo dallo sguardo desideroso di un amante
poi m’immagino quadro astratto interrogato dagli sguardi affascinati o dubbiosi di migliaia di turisti dell’arte, appeso in un grande salone sapientemente illuminato
e se invece fossi un bimbo felice che corre sotto i portici in bianco nero di una città italiana negli anni 50 ? Lo sguardo felice di chi fa alzare in volo i colombi
ma se ci penso troppo sono già la corda tesa di una chitarra suonata da un giovane musicista e poi tasto di un pianoforte da concerto con la mia coda impeccabile ed elegante come se fossi vestito in frac
poi mi basta un soffio di vento e volteggio nell’aria, io giallognola foglia caduta che osservo le coppie innamorate a spasso nel parco
infine mi basterebbe essere un accordo, un’idea, uno sguardo, un’intuizione insomma quell’istante intenso che svolta davvero la vita di qualcuno

giovedì, febbraio 20, 2014

Io cerco


Io cerco quello che non c’è
Cerco il sorriso in una lacrima
La gioia nel dolore
La compagnia nella solitudine
Io cerco quello che non c’è
cerco me dove mai sarei
la pace nella guerra
l’amicizia nel nemico
Io cerco quello che non c’è
Perché alla fine ho paura di me

martedì, febbraio 04, 2014

quando non puoi più barare ...




C’è un momento dove non puoi fingere e non puoi bluffare. Quel momento sono quei secondi prima di addormentarti prima di entrare nella fase onirica o meglio nella fase Non Rem. 


Beh lì amico mio sei fottuto. Puoi piacerti o no ma in quel momento il tuo animo, spirito, essenza, inconscio, io più profondo o chiamalo come cazzo ti pare beh in quel momento quel robo lì si specchia e ti mostra nella tua nudità peggiore come se quella fisica non facesse già abbastanza tristezza.



In quel momento se non accetti quello che vedi sei messo male. Dormirai agitato, ti sveglierai sudato, cercherai di nasconderti dai tuoi demoni ma loro saranno sempre lì a darti la caccia. Spavaldi della loro profonda conoscenza delle tue più profonde paure. Come un gruppo di bulli che inseguono il ragazzino gracile all’uscita dalla scuola ecco lì scopri d’essere tu lo sfigato che scappa e a quel punto o li affronti o continui a scappare fino alla morte.



Affrontarli certo non è semplice. Siamo tutti il più grande nemico di noi stessi. Conosciamo ogni nostro vergognoso segreto, ogni nostra più nascosta debolezza, affrontare i nostri demoni significa mettere in gioco tutto, creare scompiglio dentro di sé e di riflesso nelle persone a noi vicine. Non è bello né piacevole né siamo obbligati da qualcuno o qualcosa a intraprendere questo percorso però in fondo tutti sappiamo che è l’unica via verso la libertà dell’essere se stessi fino in fondo qualsiasi sia il prezzo da pagare.

Per fare tutto ciò non c’è altra che soluzione che essere spietati come farebbe un cowboy di Sergio Leone quando finalmente cattura il suo nemico o essere come la tarantiniana Beatrix Kiddo in kill bill solo che invece di fare a fette miriadi di nemici devi fare a fette le tue convinzioni, i tuoi pregiudizi e le tue traballanti sicurezze.



Sono fasi che lacerano l’animo e il corpo. Tocchi i punti più bassi non sapendo se saprai rialzarti ma come dicono nella boxe è proprio quando cadi a terra che scopri il tuo valore di combattente. Se ti rialzerai o se rimarrai al tappeto questo è ciò che fa la differenza non la vittoria o la sconfitta.





lunedì, febbraio 03, 2014

il mio ritardo cronico e la Grande Bellezza di Sorrentino






Ci sono arrivato tardi a vedere La Grande Bellezza. Un po’ è a causa della mia reticenza nel correre a vedere i “fenomeni” acclamati e annunciati quasi ancor prima che escano in sala. Quei film predestinati, secondo certa critica, al sicuro successo, all’immortalità nell’olimpo della settima arte. Un po’ forse anche perché intimorito dal titolo stesso. 

Ci sono arrivato tardi sentendo e leggendo i pareri più disparati. Dalle lodi entusiastiche alle critiche più spietate. Ecco già quando un’opera d’arte: libro, film, performance che sia riesce a suscitare questi poli opposti, questi fronti di reazioni così differenti beh già m’incuriosisce. In fondo anche con le persone mi capita la stessa cosa. Mi incuriosiscono sempre le personalità complesse.
Tornando al film di Sorrentino devo dire che mi trovo d’accordo con chi ha scritto che è un film che va visto più volte che merita più passaggi nella nostra memoria visiva perché è un film ricco. Ricco di immagini splendide supportate da una magnifica fotografia che mi ha nostalgicamente ricordato i due grandi registi che impressionarono la fase della mia post adolescenza Fellini e Antonioni. Ricco di dialoghi brevi ma intensi e spesso feroci che vanno metabolizzati. Ricco di musiche contrastanti eppure sempre perfette nel sottolineare ora la festa orgiastica dove spesso l’orgia aleggia solo nell’aria senza mai concretizzarsi, ora per quei momenti di quiete per le vie di Roma al mattino presto quando la città inizia a svegliarsi mentre il protagonista si prepara a dormire.

Uno sguardo disincantato, a volte cinico, spesso spietato su una società che non definirei né decaduta né fallita ma semplicemente svuotata. Un vuoto incolmabile se non con rari momenti, istanti di pura poesia che nel e dal film appaiono.  Un film che inizia con la citazione di quello che insieme a “Fuga senza fine” di Joseph Roth rimane uno dei miei libri fondamentali e formativi nonché capisaldi della mia visione della vita: “Viaggio al termine della notte” di Céline da cui è tratto questo bellissimo passaggio: 

“Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l'immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient'altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall'altra parte della vita.”

Ecco in questa Roma ma poi in fondo in quest’Italia non rimane più nulla se non quel senso d’intenzione di fuga difficile da realizzare perché in fondo la grande bellezza da qualche parte c’è. Nascosta nell’ansa del fiume al mattino, piuttosto che nell’incontro casuale con la star francese nel mezzo della notte, nei palazzi patrizi di notte o quando il cinismo si schianta con la purezza che ancora esiste in alcuni e poi l’infinito e quasi fanciullesco stupore di fronte alla morte come unica portatrice di verità assoluta.

mercoledì, gennaio 29, 2014

Demons

C’è una solitudine che nessuno e niente può sconfiggere. C’è quella solitudine di quando mi accorgo d’essere molto peggio di quel che pensavo. C’è che anche se odio il mondo intero non mi passa. C’è che anche la musica e le parole non mi bastano più, c’è che ho una bestia da domare dentro di me e nemmeno il più riuscito degli esorcismi aiuterebbe.
Si può accettare di vedere i propri sogni rimanere tali, lontane chimere che alimentano il fuoco dell’illusione, molto più difficile è accettare d’essere diventato tutto ciò che più temevi. Contro quel me stesso da me allevato, cresciuto e rinvigorito avverto tutta la mia impotenza come una madre che mette al mondo un figlio degenere che vuole annientare le sue stesse origini.